Lucilla Bellini Fotografia

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(Firenze, 1979)

Laureata in Antropologia visiva all’Università di Lettere e Filosofia di Firenze.

Fa parte del collettivo TUM

Per info e contatti: info@lucillabellini.net

Quel che chiamiamo realtà è un certo rapporto tra quelle sensazioni e quei ricordi che ci circondano simultaneamente.Così si esprimeva Marcel Proust, in una delle numerosissime riflessioni sul rapporto tra durata e memoria che compongono l’epica À la recherche du temps perdu. Un periodo di composizione assai lungo, quello impiegato dallo scrittore francese, negli anni stessi in cui si definiva con precisione la tecnica del medium più vicino, per costituzione, all’attività mnemonica: la fotografia. E forse tale sincronia non fu un caso, considerando che l’appareil photographique – in modo similare ai processi del ricordo – combina il passato e il presente in una sintesi al punto indistinta, da vanificare il confine tra causa e effetto, tra realtà ed immaginazione.Analogamente in questa sospensione, carica di possibilità, trova origine e sviluppi la ricerca di Lucilla Bellini.

La dinamica che la distingue può essere descritta con un ricorso alle forme verbali: superando la relazione tra ciò che “è stato” e ciò che “è”, le fotografie di Lucilla diventano una superficie disponibile a mostrare, ab absurdo, “quanto potrebbe essere”. Il risultato sono dunque, sempre, ipotesi diffuse su più livelli – temporale poiché il trascorso non necessariamente viene prima dell’attuale (vale a dire che un ricordo può essere più forte di un’impressione), spaziale poiché esistono almeno tanti luoghi quanti se ne possono inventare, intellettivo poiché la funzione e l’importanza degli oggetti rispondono a un sistema comunque modificabile.

Nel caso specifico di Beauté plastique, una tra le prime serie, si sperimenta con i modelli del genere femminile. Gli scatti sono apparizioni che “giocano” con il concetto della verosimiglianza – per un verso bloccando lo strano istante in cui i manichini, non osservati, potrebbero animarsi, per l’altro auto-negandosi, dato che queste testimonianze dell’imprevedibilità non possono prescindere dallo sguardo umano e dalla macchina di registrazione. Ciò che però resta aldilà della superficie è la proposta tenace, insistita di un’eleganza perduta; ogni volta per un aspetto diverso i soggetti di plastica rimandano ad un gusto alternativo rispetto al contemporaneo, ad uno stile più conforme al novecento che al nuovo millennio.

Quasi sottolineato dal cambiamento cromatico – il bianco e nero invece delle tonalità sature – con il lavoro successivo C’era una volta la donna avviene un passaggio da questioni che sono ancora estetiche, ad altre più inerenti all’emancipazione femminile. Queste fotografie, composte impressionando due volte lo stesso fotogramma – una cifra personale che da ora diventa fondamentale, in quanto corrispettivo formale del ricordare e dell’immaginare – ri-esaminano e re-interpretano il ruolo femminile attraverso la giustapposizione di riviste non più attuali: la conclusione è che in ogni rappresentazione, anche nelle più innocenti, la donna viene sempre riferita ad una funzione e a dei valori riconoscibili (moglie, madre, casalinga, acquirente, in relazione alla fedeltà, all’obbedienza, all’amore ecc…). Si dirà che il messaggio è ormai sin troppo noto, ed è vero, ma il rischio della prevedibilità in questo caso viene superato dalla qualità graziosa e divertente degli abbinamenti.

Del resto l’aspetto sociale è solo una, e non la più consistente, delle tante declinazioni che interessano l’artista. Con Promenade de l’imaginaire l’attenzione ricade su dei tipi umani “distinti”. Granelli dispersi e diversi rispetto al grande blocco dell’umanità, circolano nelle vie di una metropoli variabile, emarginandosi – appunto per la propria singolarità – in uno stato di solitudine “tra la folla”. Chi sono questi uomini e queste donne, su cui si è concentrata l’attenzione del fotografo? Qual’è la meta del loro cammino? Domande, insieme a molte altre, destinate a restare aperte. Appunto qui si torna alle ipotesi, come forma di libertà più ampia, come orizzonte di senso aperto a ogni soluzione. Nella enorme voragine del possibile, Lucilla sta trovando un terreno fertile. Al punto che la serie numerosissima di Polaroid, ancora in fieri e non sistemata in un ordine definitivo, potrebbe costituirsi come un concerto di evocazioni: immagini di natura intima, simili a ricordi di un’esistenza che, mai avvenuta eppure realistica, si offre quale simbolo di una memoria collettiva.

Matteo Innocenti

 

Selezione esposizioni personali e collettive:

 

Tum², SAAM, Carmignano, Italia, 2011   vedi>>

Masculin/Feminine, Pickpocket gallery, Lisbona, Portogallo, 2011

Tum Island, Carmignano, Italia, 2011

Private Flat #06, Firenze, Italia, 2010

MadPhotoDonna, Museo Emilio Greco, Sabaudia, Italia, 2009

Digiarte, Firenze, Italia, 2008

Photovirus, Grosseto, Italia, 2008